Parole nel Secchio

Attinte dal fondo degli animi


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Cacciata dall’eden prima dell’uomo, 
perché aveva occhi così contagiosi
che guardandosi intorno nel giardino
sprofondava perfino gli angeli
in uno sconforto repentino. Pertanto
dovette, pur senz’umile acquiescenza,
fondare sulla terra la sua discendenza.
Lesta, sveglia e destra, conserva una gratia
scritta con la “t”, al terziario risalente.

Adorata dagli Egizi, con una pleiade
di pulci nell’argentea, sacra chioma,
ascoltava arcitacendo pensosa
che volessero da lei. Ah, non morire.
E se ne andava scrollando il culetto vermiglio,
a significare non lo vieto né lo consiglio.

In Europa le fu tolta l’anima,
ma per distrazione le lasciarono le mani;
e un monaco che dipingeva affreschi
diede alla santa palmi stretti, animaleschi.
La santa doveva
prendere la grazia come una nocciolina.

Calda come un neonato, tremante come un vecchio,
la portavano alle corti dei regnanti.
Uggiolava saltando alla catena d’oro,
col suo piccolo frac dai colori sgargianti.
Una Cassandra. Di che ridere qui.

Commestibile in Cina, sul vassoio
fa smorfie arrostite o lesse.
Ironica come un brillante su oro finto.
Il suo cervello ha un sapore delicato,
e qualcosa gli deve pur mancare,
dato che nulla ha mai inventato.

Nelle favole sola, insicura di ciò che fa,
riempie di boccacce gli specchi,
si burla di sé, ossia ci dà un buon esempio,
come un parente povero che di noi tutto sa,
anche se non ci facciamo salamelecchi.

Wislawa Szymborska – “La Scimmia” da Sale (1962)

 

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foto Sarolta Ban (digital art)


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chiaroscuro

Un colpo di vento improvviso: Slam! 
La porta sbatte e ti chiude fuori,
senza chiavi.
Sedersi su un gradino
fa sentire così soli, così felliniani.
Cominci a sentirti come un’opera d’arte 
vista dall’alto.
Emblema di tristezza,
chiaroscuro della malinconia.
Protagonista di un cortometraggio 
che ti fa dimenticare persino
della chiave di scorta nascosta nel vaso.

mmp
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nella foto Giulietta Masina


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andar guardando

A volte, mentre vado per le strade 
della città tumultuosa solo, 
mi dimentico il mio destino, d’essere 
uomo tra gli altri e, come smemorato, 
anzi tratto fuor di me stesso, guardo 
la gente con aperti estranei occhi. 

M’occupa allora un puerile, un vago 
senso di sofferenza e d’ansietà 
come per mano che m’opprima il cuore. 
Fronti calve di vecchi, inconsapevoli 
occhi di bimbi, facce consuete 
di nati a faticare e riprodursi, 
facce volpine stupide beate, 
facce ambigue di preti, pitturate 
facce di prostitute entro il cervello 
mi s’imprimono dolorosamente. 
E conosco l’inganno per cui vivono, 
il dolore che mise quella piega 
sul loro labbro, le speranze sempre 
deluse, 
e l’inutilità della lor vita 
amara e il lor destino ultimo, il buio. 

Ché ciascuno di essi porta in sé 
la condanna d’esistere; ma va 
solo assorto nell’attimo che passa, 
distratto dal suo vizio prediletto. 

Provo un disagio simile a chi veda 
inseguire farfalle lungo l’orlo 
d’un precipizio… 

Camillo Sbarbaro da Pianissimo 

 

musica Nick Cave & the bad seeds – Higgs Boson Blues


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foto Jack Davison


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e per due minuti soltanto non ho fatto che respirare

Quando li vedi

di’ loro che sono ancora qui,
che mi reggo su una gamba mentre l’altra sogna,
che solo così si può fare,

che le bugie che dico loro sono diverse
dalle bugie che dico a me stesso,
che con lo stare sia qui che oltre
mi sto facendo orizzonte,

che come il sole si leva e cala io so dove stare,
che è il respiro a salvarmi,
che persino le sillabe forzate del declino son respiro,
che se il corpo è bara è anche stipo di respiro,

che respiro è uno specchio appannato da parole,
che respiro è ciò che sopravvive al grido d’ aiuto
quando entra nell’orecchio estraneo
e vi resta ben oltre ciò che è detto,

che il respiro è inizio ancora, che da esso
ogni resistenza svanisce, come svanisce 
il senso
dalla vita, o il buio svanisce nella luce,
che respiro è ciò che do quando trasmetto loro il mio amore. 

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When you see them
tell them that I am still here,
that I stand on one leg while the other one dreams,
that this is the only way,
 
that the lies I tell them are different
from the lies I tell myself,
that by being both here and beyond
I am becoming a horizon,
 
that as the sun rises and sets I know my place,
that breath is what saves me,
that even the forced syllables of decline are breath,
that if the body is a coffin it is also a closet of breath,
 
that breath is a mirror clouded by words,
that breath is all that survives the cry for help
as it enters the stranger’s ear
and stays long after the word is gone,
 
that breath is the beginning again, that from it
all resistance falls away, as meaning falls
away from life, or darkness falls from light,
that breath is what I give them when I send my love.
 
 

Mark Strand “Breath”

 

musica Pink Floyd – Breathe

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dipinto Max Gasparini


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trattengo il fiato

Per giocare a nascondino bisogna avere occhio, essere furbi.
Io conosco dei posti, dei buchi, che so solo io.
Stavolta mi son nascosto fra le assi
del magazzino di legno di Bigudòun.
Li sento che parlano, che chiamano,
sbircio dalle fessure, li vedo che girano,
che si indicano col dito dove devono andare.
Io aspetto qui, non mi muovo, trattengo il fiato.
Adesso mi pare che si siano un po’ allontanati,
io sto sempre nascosto, è ormai un’ora,
m’infilo in un budello più stretto, così,
fra due cataste, li voglio far diventare matti.
Ma dove sono? Non li sento più,
non capiscono mica niente, vanno purchessia.
Saranno più di due ore che sono qui,
è da oggi pomeriggio, si fa notte, e loro
poveracci, cercano sempre, ma non mi trovano,
e li voglio vedere a trovarmi in questo buco. 
Può anche darsi che abbiano perso la voglia,
che il gioco si sia smagliato, che siano andati a casa.
Peggio per loro, io sto buono fra tutte queste assi,
qui sotto non mi trova più nessuno.

 

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A zughé a cut bsògna avài òc, ès féurb.
Mè a cnoss di póst, di béus ch’a i so sno mè.
Stavólta a m so masè tramèza agli asi
de magazèin de lègn ad Bigudòun.
A i sint ch’i zcòrr, ch’i cèma,
a sbarlòc dal fiséuri, a i vèggh ch’i zéira,
ch’i s’inségna se daid dò ch’i à d’andé.
Mè aspétt aquè, a n mu n móv, a téngh e’ fiè.
Adès u m pèr ch’i s séa un pó sluntanè,
mè a stagh sémpra masèd, l’è bèla un’òura,
a m’infèil t’un budèl piò strètt, acsè,
fra do cadasi, a i ví fè dvantè mat.
Mo dò ch’i è? A n’i sint piò,
i n capéss mégga gnént, i va purséa.
E sarà piò ‘d do òuri ch’a so què,
l’è da òz dopmezdè, u s fa nòta, e lòu,
puràz, i zirca sémpra, mo i n mu n tróva,
e a i ví vdai a truvèm dréinta sté béus.
E’ po’ ès ènca ch’i apa pérs la vòia,
che e’ zugh u s séa smanè, ch’i séa ‘ndè chèsa.
Pèzz par lòu, mè a stagh bón tra tótt’ stagli asi,
aquè sòtta u n mu n tróva piò niseun. 

 

 

Raffaello Baldini 

“Cut”

 

 

 

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foto Keith Carter


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m’avviene

Eccovi un uomo
uniforme

Eccovi un’anima
deserta
uno specchio impassibile

M’avviene di svegliarmi
e di congiungermi
e di possedere

Il raro bene che mi nasce
così piano mi nasce

E quando ha durato
così insensibilmente s’è spento.

 

Giuseppe Ungaretti – Distacco

 

 

musica Yves Duteil – Fragile

 

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foto Shiihara Osamu