Parole nel Secchio

Attinte dal fondo degli animi


3 commenti

aperture all’inutilità

I portoni del mio isolamento cingono parchi di infinito, ma nessuno li attraversa, neanche il mio sogno: restano sempre aperti all’inutilità ed eternamente di ferro nei confronti della falsità.





Fernando Pessoa 31.10.1914 da Il libro dell’inquietudine



Musica Lykke Li “Jerome”

image

alaya gadeh




Annunci


2 commenti

consolarsi svanendo

Fissare il nulla è imparare a memoria
quello in cui noi tutti verremo spazzati, e spogliarsi
al vento è sentire l’inafferrabile “qualche luogo” farsi vicino. 
Le piante possono piegarsi o stare ferme. Il giorno o la notte possono essere quello che vogliono. 
Quello che desideriamo, più che una stagione o un clima, è la consolazione
di essere estranei, almeno a noi stessi. Questo è il nocciolo
della questione, ed è il motivo per cui anche adesso pare che aspettiamo
qualcosa la cui apparizione sarebbe il suo svanire –
il rumore, ad esempio, di qualche foglia che cade, o una foglia sola, 
o meno. Non c’è fine a quanto possiamo imparare. Il libro laggiù
non dice altro, e non è stato affatto scritto con in mente noi.
 
Mark StrandLa notte, il portico
Musica DCD – don’t fade away

image

Rassouli


Lascia un commento

contrasti, b/w e brodo di fagioli

Vi urtava quel fatto di vedere
Tutto in bianco e nero?
Niente occhi verdi,
Capelli rossi…

Vi fermava dall’innamorarvi
Tutto quel grigio?
Non credo davvero.
Altrimenti non sarei qui a scrivere.

Copy ‘L’amore non è brodo di fagioli’

Musica Thievery Corporation – holographic universe

image

foto di Voleno


3 commenti

tende a cosa?

Qual è la parola per dire che non si hanno più sentimenti
negativi verso chi ti ha ferito?
Perdono, mi hanno risposto. Ma io volevo, al contrario, parlare
del rancore.
Questo è stato l’inizio e può valere come esempio.
Ogni giorno c’è una parola nuova di cui non ricordo il senso
e il cui suono tintinna un motivo percepito a brani
familiare una volta, ora perduto.
La sua luce abituale cade. Di colpo non importa,
provo rancore, perdono chi prova rancore, mi perdono?
C’è un alfabeto incomprensibile, un linguaggio dimenticato.
I nomi ruotano privi della loro materia fin dal mattino.
Come chiamare la stoffa bianca che il vento muove davanti
alla vetrata?
Tenda, tende. Il riso mi si annida in gola.
Lei, cioè io, tende a cosa?
Qui so rispondere: tendo alla terza persona
alla grazia sperimentata una volta sola
di un dolore sdoppiato e spinto fuori
poi fissato, ascoltato perfino nello scroscio delle lacrime
ma da un’altra me stessa
capace di lasciare la sua vecchia pelle sulla terra.

Giudica tu ora chi parla:

“I nomi la confondono eppure la sua attenzione si è moltiplicata, lo sguardo si è fatto prensile, capace di rischiarare il pensiero: vai verso la morte. E mentre nota la macchia di oleandro contro l’edera ecco il secondo pensiero: come guardare meglio, come raccogliere quel dettato dal silenzio. E mentre resta immobile ecco il terzo, ultimo pensiero: può sopportare la perdita, può non catturare”.

Antonella Anedda, ‘nomi’, Dal balcone del corpo

Musica Dhafer Youssef – soupir eternel

image

tifenn phython