Parole nel Secchio

Attinte dal fondo degli animi


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prendi un martello!

Se mai ci fosse un giorno di primavera così perfetto,
reso ancor più bello da una calda brezza intermittente,

da spingerti a spalancare
tutte le finestre di casa,

e ad aprire la porticina della gabbia del canarino,
anzi, a rimuoverla dallo stipite,

un giorno in cui i vialetti di freschi mattoni
e il giardino che scoppia di peonie

sembrassero incisi nella luce del sole
da farti venir voglia di prendere

un martello per il fermacarte di vetro
del tavolino del salotto

e liberare così gli abitanti
dal cottage coperto di neve

perché possano uscire
tenendosi per mano e ammirare

questa cupola più grande azzurra e bianca,
be’, oggi sarebbe proprio un giorno così.

Billy Collins

musica The Glitch Mob feat. Swan – between two points

michał mozolewski

michał mozolewski


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fading away

Il primo ad andarsene è il nome dell’autore
diligentemente seguito dal titolo, dalla trama,
dal finale mozzafiato, dall’intero romanzo
che all’improvviso diventa come se non l’avessi mai letto,
nemmeno mai sentito,

come se, uno per uno, i ricordi che eri solito ospitare
avessero deciso di accasarsi nell’emisfero meridionale del cervello,
in un piccolo villaggio di pescatori dove non ci sono telefoni.

Molto tempo fa hai dato il bacio d’addio ai nomi delle nove Muse
e hai visto fare le valigie a quella equazione quadratica,
e anche adesso, che mandi a memoria l’ordine dei pianeti,

qualcos’altro scivola via, forse quale sia il fiore simbolo di uno stato,
l’indirizzo di uno zio, la capitale del Paraguay.

Qualunque sia la cosa che ti sforzi di ricordare
non ti sta certo in bilico sulla punta della lingua,
né se ne sta rintanata in qualche oscuro angolo della tua milza.

Se ne è andata galleggiando lungo un cupo fiume mitologico
il cui nome, a quanto ricordi, comincia per L,
giù lungo la strada del tuo oblio dove ti unirai a quanti
hanno scordato come si nuota e come si pedala una bici.

È normale che ti alzi nel mezzo della notte
per controllare la data di una famosa battaglia in un libro di guerra.
È normale che la luna dalla finestra sembri uscita
da una poesia d’amore che un tempo sapevi a memoria.

Billy Collins – dimenticanza

musica (fin troppo facile la scelta): Peter Gabriel – I don’t remember

Maggie_Taylor_fragile


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ripagare

L’altro giorno mentre rimbalzavo lentamente
tra le pareti azzurre di questa stanza,
saltando dalla macchina da scrivere al piano,
dalla libreria a una busta caduta sul pavimento,
mi sono trovato nella sezione S del dizionario
dove i miei occhi sono caduti sulla parola Scoubidou.

Nessun biscotto sgranocchiato da un romanziere francese
avrebbe spedito qualcuno più in fretta nel passato –
un passato dove io stavo seduto a un tavolo in un campeggio
accanto a un profondo lago dell’Adirondack
imparando a intrecciare strisce sottili di plastica
in uno scoubidou, un regalo per mia madre.

Non avevo mai visto nessuno usare uno scoubidou
né indossarne uno, se è a questo che servono,
ma questo non mi trattenne dall’incrociare
filo con filo, e poi di nuovo,
fino a farne uno scoubidou
quadrato, bianco e rosso, per mia madre.

Lei mi diede la vita e il latte dal seno,
io le diedi uno scoubidou.
Si prendeva cura di me, quand’ero a letto ammalato:
mi avvicinava alle labbra cucchiai di medicine,
mi appoggiava alla fronte freddi panni bagnati,
poi mi portava fuori alla luce ariosa;

e mi insegnò a camminare e nuotare,
io in cambio le regalai uno scoubidou.
Ecco qui migliaia di pasti, disse,
ed ecco i vestiti e una buona scuola.
Ed ecco il tuo scoubidou, le risposi,
che ho fatto con l’aiuto dell’istruttore.

Ecco un corpo che respira e un cuore che batte,
gambe, ossa, denti forti,
e due occhi chiari per leggere il mondo, sussurrò.
Ed ecco, dissi, lo scoubidou, che ho fatto in campeggio.
Ed ecco, vorrei dirle ora,
un dono più piccolo – non l’antica verità

che non si può mai ripagare una madre,
ma la triste confessione che quando lei prese
lo scoubidou a due colori dalle mie mani,
ero certo come certo può essere un bambino
che quell’oggetto inutile e senza valore, che avevo intrecciato
per pura noia, bastava per pareggiare i conti.

 

Billy Collins “Lo Scoubidou”

 

musica – Vashti Bunyan / Fever Ray – Here Before

 

Immagine

 

 

 

dipinto nicoletta tomas caravia

 

 

 

 


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Ogni giorno il corpo lavora nei campi del mondo
rabberciando un muro di sassi
o roteando una falce nell’erba alta –
l’erba del diritto, l’erba dei soldi –
e ogni notte il corpo si rannicchia in sé
e aspetta le dolci campane del sonno.

Ma il cuore è senza posa e si alza
dal corpo nel mezzo della notte,
lascia la camera trapezoidale
con i muri spessi e senza quadri
per sedersi da solo al tavolo di cucina
e scaldarsi un po’ di latte in un tegame.

E anche la mente si tira su, si mette una vestaglia
e va di sotto, accende una sigaretta,
e apre un libro di tecnica.
Perfino la coscienza si sveglia
e vaga da una camera all’altra nel buio
sfrecciando via da ogni specchio come un pesce strano.

E l’anima è in cima al tetto
in camicia da notte, a cavalcioni sul colmo,
e canta una canzone sull’impetuosità del mare
finché compare il primo brandello di rosa nel cielo.
Allora, tutti torneranno nel corpo che dorme
come uno stormo di uccelli si risistema su un albero,

riprendendo il loro dialogo quotidiano,
parlando l’uno con l’altro o a se stessi
anche nella calura di lunghi pomeriggi.
È per questo che il corpo – quella casa di voci –
a volte depone le pinze di metallo, l’ago, o la penna
per fissare l’orizzonte,

per sentir chiamare tutti i suoi nomi 
prima di piegarsi di nuovo al proprio lavoro.

Billy Collins – La casa notturna

 

 

musica Asaf Avidan – Different pulses

 

Immagine

Dipinto
The Brilliance of Ordinary di Jamie Heiden


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confessa!

Chiedo loro di prendere una poesia
e di tenerla in alto controluce
come una diapositiva a colori

o di premere un orecchio sul suo alveare.

Dico loro di gettare un topo in una poesia
e osservarlo mentre cerca di uscire,

o di entrare nella stanza della poesia
e cercare a tentoni l’interruttore sul muro.

Voglio che facciano sci d’acqua
sulla superficie di una poesia e salutino
con la mano il nome dell’autore sulla spiaggia.

Ma la sola cosa che loro vogliono fare
è legarla con una corda a una sedia
e torturarla finché non confessi.

La picchiano con un tubo di gomma
per scoprire che cosa davvero vuol dire.

Billy Collins

musica

Immagine

André Kertész

 


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La nostalgia di Billy

Ti ricordi gli anni Quaranta del Milletrecento? Facevamo una danza chiamata la Catapulta.
Tu vestivi sempre di marrone, la mania di quel decennio,
e io mi coprivo con uno di quei mantelli alla moda,
quelli con gli unicorni e le melagrane ricamate.
Tutti facevano merenda con birra e cipolle, nel pomeriggio
e alla sera facevamo un gioco chiamata “Trova la Mucca”.
Tutto era manoscritto allora, mica come oggi.

Dov’è finita l’estate del 1572? Impazzivamo, allora, per le maratone
di sonetti in broccato. Ci vestivamo con le insegne
di baronie rivali, e ci conquistavamo l’un l’altro in fredde stanze di pietra.
Giù sulla pista, tutti ballavamo la Lotta
mentre tua sorella si esercitava con la Dafne da sola, nella sua stanza.
Prendevamo a prestito il gergo dei maniscalchi per le nostre parlate.
Oggi il linguaggio sembra trasparente, un codice svelato fino in fondo.

Gli anni Novanta del Settecento non torneranno più. L’infanzia era favolosa.
La gente faceva passeggiate in cima alle colline
e scriveva sul diario quel che vedeva, senza parlare.
Avevamo alti collari e i nostri cappelli erano morbidissimi.
Ci sorprendevamo l’un l’altro con alfabeti fatti di ramoscelli.
Era un tempo meraviglioso per essere vivi, o anche morti.

Vado pazzo per il periodo tra il 1815 e il 1821.
L’Europa tremava mentre noi sedevamo immobili a farci ritrarre.
E adorerei tornare al 1901, anche solo per un attimo,
giusto il tempo di caricare un fonografo e fare qualche passo di danza,
o rispeditemi nel 1922 o nel 1941, o perlomeno lasciatemi
riconquistare la serenità del mese scorso quando coglievamo
bacche e scorrevamo in canoa attraverso i pomeriggi.

Perfino stamattina sarebbe un miglioramento rispetto al presente.
Ero in giardino, allora, attorniato dal ronzio delle api
e dai nomi latini dei fiori, e guardavo la prima luce
che risplendeva sulle finestre inclinate della serra
e copriva d’argento i rami dei filari di scuri abeti.

Come sempre, stavo pensando ai momenti del passato,
lasciando che il ricordo ci scorresse sopra come acqua
che scorre sopra le pietre sul fondo di un torrente.
Addirittura, stavo un poco pensando al futuro, quel posto
dove si balla una danza che non riusciamo a immaginare,
una danza il cui nome possiamo solo ipotizzare.

 

Billy Collins

Traduzione di Piero Vereni

Immagine

 

Dipinto Nikolai Bogdanov-Belsky, 1897