Parole nel Secchio

Attinte dal fondo degli animi


a ognuno il suo posto di vento

Non basta farsi piuma, capello, quadrifoglio.

E’ necessario un IO un po’ sconvolto
un turpiloquio, tra fegato e esperienza di vita
e poi l’odore, rimasto sulle dita del quasi amore
un fregio, la crosta di una vecchia ferita
tutto il pianto, che da bambino hai fatto da solo
la paura, che vivere a fatica costante sia peggiore
del semplice morire di netto.
No, non bastano la gioia e le carezze dei figlioli
la neve e l’usignolo che va cercando il grano.
Non bastano le gambe tornite dell’amica
desiderarle e mordere l’aria, o un po’ di spago
intorno alla valigia degli ultimi. Non basta
memoria della bocca e degli occhi verdi.
In cima, bisogna essere santi senza vedere Dio
né religione alcuna che scrivere, ed amare
tutti i pioppeti visti da giovane
i cortili, le piccole vetrate dove cuciva Elvira
i gatti con il muso di sbornia, e poi le scale
perennemente all’ombra e nettate con le grida
di bimbi e lavandaie in ritiro.
E poi giacigli, fatti di paglia e frasche piegate
terra all’unghie, e il cuore più pulito dei salici
giù al fosso, quando la primavera li lava
e mette fretta, a tutti quegli apostoli dodici d’amore.
Bisogna avere un posto di vento per ognuno
un bacio pronto a fare giustizia, l’apertura
magnifica e maestosa dell’aquila in planata.
Bisogna conciliarsi alla schiena dell’amata

aprirle delle porte per farla andare altrove
se proprio non ne può fare a meno e ti saluta
col frutto silenzioso del suo appassire
e basta.

massimo botturi – manuale di leggerezza

musica: Shigeru Umebayashi -In the Mood for Love – 

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mirjam appelhof


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un frammento di distorsione

A volte è solamente il discorso che fai a notte
il tuo parlare senza dialetto
mentre sogni.
E chiedi aiuto come non fossi lì vicino.

 

Massimo Botturi da ”Percentuale di distorsione trascurabile”

Musica Mazzy Star – Take Everything

 Lilliana Comes “Luna Rosa” olio su tela

Lilliana Comes
“Luna Rosa”
olio su tela


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crescendo

E tutte quelle donne che s’alzano a buon ora
che infiammano cucine con venti
e più candele.
La loro educazione a pensare a tutto quanto
il caffè che viene lento, e poi dietro la tendina
il camion mentre svuota i bidoni.
Donne attente
su libri di quintali di storia, donne verdi
arancio e rosso dei bigodini in città grigie.
Le donne che hanno avuto un lavoro
tempi addietro
stenografe
domestiche, o altro.
Donne forti
capaci di innalzare una diga alla follia
all’impeto degli uomini in cattedra, al furore.
Donne e le loro ciabatte in gomma dura
le dita che svolazzano sul resto dei gerani.
Le donne che somigliano al vento nelle orecchie.
Donne in bici
le buste della spesa a far da contrappeso.
Le donne con il secchio alle tombe, mani in grembo
quasi per trattenere quell’ultima parlata
o proseguirla poi nelle stanze, in case vuote
con i vestiti incellofanati
e il mezzo litro
di latte, per le sere che sono disturbate.

massimo botturi – “Le donne che somigliano al vento nelle orecchie”

 

musica Maurice Ravel – Bolero

Lilliana comes

Lilliana comes – Lacchiappastelle


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…il tempo insieme

Non date retta a poesie col nastro rosso
alle tovaglie di fiandra, ai girasoli.
Evitate i gabbiani, e le signore
che portano a passeggio innocenti cagnolini;
diffidate dei maghi e dei dottori
vi vendono il coraggio in barattoli di miele
regalano violette venute da acque morte.
Badate bene ai preti ed ai mistici del Gange
la terra mangerà anche le scarpe e tutti i baci.
E non v’è cielo meglio di questo, anche se triste
solcato da migliaia di macchine di ferro;
da angeli il cui merito primo è dare tutto
in stanze semifredde di mutua, o in magri alberghi
dove la mente spesso è poltiglia
e il corpo niente.
Scocciatevi dei corsi e ricorsi, e dei concorsi.
Alle fotografie sorridenti dei poeti
eroi di un giorno per i parenti. Date retta
invece a quella pompa di sangue che vi infetta
di voglie di peccato e di raccontarlo dopo.
Amate lui che dorme nel treno a notte fonda
perché c’ha il turno primo, la moglie incinta a casa.
Amate il tosatore di erbe, perché piange
ad ogni margherita recisa, amate il grano
e la poesia infingarda dei vecchi con l’affanno.
Amate il vacillare di un bimbo che cammina
e della prima volta che ride, amate tutto
il bello di poesie fatte addosso come il piscio.
Amate il sonno lieve dei figli, il loro odore
la schiena dell’amante mentre si lava;
il parto, il latte che le fa il seno bello
il tempo insieme.

massimo botturi – manifesto

 

musica mayra andrade – we used to call it love

Immagine

dipinto david agenjo


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zufolo di bosco tra selve d’origami

 

 

La notte non mi smette di battere, non calma.
Non svuota questo oceano celeste
non mi tace.
Ho voglia di un lenzuolo leggero, quasi nullo;
del vuoto che precede due tuoni
d’esser foglia, terminazione ultima al mondo
e voglio te, la gemmazione del ritornare
e lo stupore. L’odore che sarà delle mele e delle rose.
No, non smette
questa mania dell’aria d’avermi in ogni poro
non smette questo sangue di rendermi perfetto
uno zufolo di bosco tra selve d’origami
palazzi duri come che v’abita, e si ama
legandosi sui polsi le vie sentimentali.
Non smette di beccarmi sul vetro l’usignolo
coi suoi pettegolezzi di un Eden mandarino;
non smette la tua ruvida linea della schiena
di fare bianca questa necessità di notte
di ticchettio da tempo supplementare, lungo.
Soltanto qualche decibel di percezione chiara
il movimento colto improvviso
un tuo riflesso.
La coscia che si apre come a colmarmi un vuoto.

 

massimo botturi – moto perpetuo

Immagine

 

 

dipinto Yashima Gakutei. Japanese (1786 – 1868). Nightingale on a Plum Tree, Edo period, circa 1830


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come la melanconia è la tristezza diventata leggera—

italo calvino

Scusate se vi parlo di radici, di alberi
coi frutti della malinconia.
Fu mia già dalla culla e la fonte, dal battezzo
dall’attimo in cui presi la forma del suo addome.
Fu mia dietro la tenda più scura di una stanza
dove di bianco c’era il suo seno e il mio succhiare.
Fu mia negli alberghetti di quarta in qualche mare
un mare quasi sempre tranquillo, e senza voce.
Fu mia sul treno per la città,
la più lontana,
sui fili del telefono guasto, nelle sere
due uova al tegamino e un giornale al comodino.
Fu mia guardando lei carezzare la sua fronte
mia zia sembrava un putto di cera, più serena
finito il male e il tempo dei vivi.
È sempre mia
e te ne verso un po’ quando nuda vieni a letto
col ventre che ha mio nome e profumo di gerani.
È mia, e fa rumore di pioggia, è nelle orecchie.
Mi parla come un prete nel suo confessionale.
Mi sale come il gusto di certi mandarini
comprati la vigilia del giorno di Natale;
è brodo di cappone tirata su la schiena
sulla spalliera, dietro Gesù.
Amici cari, scusate se vi parlo del sonno della terra
del mirto che è il suo sangue
e se scomodo poesia.
Ma ho un campanello fatto di primule e di viole
e quattrocentoventi maree nei giorni pari.
Ho qui, nella mia testa, l’idea che sarò un fiore
e tutti quanti voi, stesso prato
mille anni.

massimo botturi – “mille anni”

musica Dinah Washington (max richter version) – This Bitter Earth

Immagine

dipinto isabelle menin


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massimo che guarda, fa poesia

Il tizio che m’ha aggiunto quell’osso per il cane
fa poesia.
Mio figlio che si alza sul tram e cede il posto.
La donna incinta che lo rifiuta, il conducente
che frena così dolce che s’aprono le rose.
L’amica mia rumena davanti al Bar, le sette.
Ciabatte in gomma anche se piove, fa poesia.
Non tende mai la mano, ma denti ben torniti
sorride a chi giornata la fa dentro un ufficio
un magazzino o un supermercato.
Fa poesia, la vecchia il mezzo litro di latte nella sporta
il lumino per la foto, là in camera, di giorno
ch’è sveglio quasi sempre a buon ora suo marito.
È dal ’77 ch’è sveglio, lei non muore.
La donna che ci vende le uova fa poesia
la bici come un carro da traino
il suo foulard; le mani come pezzi di legno in acqua santa.
E fa poesia la madre col figlio nudo addosso
il caldo sta mangiando la sua pazienza, e il bello
d’un seno vagabondo ed eretto.
Fa poesia, quel che non fa rumore e fanfara
un corpo solo, un fiore che da carne diventa nostalgia.

Massimo Botturi – “Antologia minima”

musica wim mertens – often a bird

 

Image

Foto Paris: mai 1968, ‘Plutot la Vie’.
© Edouard BOUBAT / TOP-RAPHO


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a braccio, precisi (massimo botturi)

Si attacca in tutti i modi
la vita qui a noialtri.
Possiamo non capire granché di medicine
di viaggi o altri scopi supremi
ma l’amiamo. E apriamo a lei la porta
con tutti i nostri pori.
Fosse anche il canto in un’Osteria
o un grido informe
a quella vacca gravida che rompe l’acqua a notte.
Ridiamo come gli angeli se il figlio ha fatto goal
se ha smesso la sua febbre e non tossisce più.
Proviamo ad asciugare una lacrima d’addio
e a farne centomila di nuove
appresso a un film.
Danziamo se una donna superba viene a noi
ci innamoriamo a braccio, precisi
appassionati. L’arrivo delle rose e dell’api
è una sorpresa
gli odori ci ricordano il tempo, e la natura;
capezzoli di madre e poi un bel sonno antico.
La favole
i colori
i giorni disperati
il sole che si beffa di tutti
e sorge ancora.

massimo botturi

Kristin Vestgard  (7)

dipinto Kristin Vestgard


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semplice

Cose tipo:
anima, universo, religione
trascendenza, vita, morte.
Sono troppo difficili per me, non ne so niente.
Io so soltanto che ho qui una cicatrice
l’ho fatta da bambino, in campagna
un incidente.
So solo che la mostro poi a lei, nel semibuio
e le racconto come è successo.
E allora viene
così vicino che quello che poi sento
è solo tenerezza incredibile.
E la tocco. Percorro la sua schiena come un’opera d’arte.
Mi dico fortunato nella mia povertà
mi dico grande nell’ignoranza
e sto tranquillo
dentro i miei anni a volte rimpianti.
Ecco, amici
è che non so spiegarvi galassie e biologia
filosofie del tanto impazzire
astruse carte.
Per me sta tutto in quello che ho visto ieri sera.
La testa di una lei sulla spalla di qualcuno
fermati ad aspettare la notte
e un filo d’aria.

Massimo Botturi

http://youtu.be/EfMRwGwbxZA

Musica Morcheeba – Otherwise

Immagine

Foto Imogen Cunningham


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un attimo di massimo

E poi venne la mano
là in mezzo a strade piene.

L’odore di mio padre era acqua di colonia
tabacco e talco, umido in testa.
Il mio paura. Di troppa gente e nomi di vie
non ricordate.
Paura che la sera mi avrebbe tolto casa
il tavolo di briciole e il letto
i fili fuori, coi miei calzini e il resto a gocciare.

Era la fiera, non so poi a quale santo toccasse.
Urla e banchi, serragli interi mossi a marea
forse da luna, quell’occhio bianco pure di giorno.
Dolci e frutta.
Alcuni con le stoffe, giurando fosse moda
vociavano più forte di altri.

E io lo persi
come si disfa il nodo alle scarpe
o la cintura. Un attimo a toccare due cedri
e fui da solo
capendo niente in tutto l’azzurro di quel cielo
che come rotto stava cadendo
lì, sgusciato
come mostrasse il suo tabernacolo
infinito.

 

massimo botturi  –  “Orientarsi senza stelle”

 

Immagine

 

 

Foto Masao Yamamoto