Parole nel Secchio

Attinte dal fondo degli animi


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i’m confused

 

 

Come un’acqua che spinge
che vuol rovesciare,
con gran impeto uscire
e allagare e le bocche riempire,
zittire e fare lago là,
dove ora c’è pollaio.

Specchio d’acqua senza moto
dove solo cielo può abitare
questo panico acquietarsi (nella stretta di madre)
“tutto passa, tutto passa”
Non so essere cascata,
posso solo gocciolare.

mmp (monicamomipellacini)

musica Death in Vegas – Aisha

sarolta_ban

sarolta bàn


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contro il divino boato

Di cose piccole
il tocco sentire
per distrarmi dall’oblio
e sentirmi gigante

 
Una musica d’alberi
e selvatici fruscii
per coprire il boato divino
– voragine – infinito –

 
La lingua degli stolti
parlare madrelingua
per gridar loro – attenti!
– morite in Vita!

 
mmp (monicamomipellacini)

 

 

musica D.A.F. – Verschwende deine Jugend 

oppure

musica Sivert Høyem – Into The Sea

sarolta-ban-5

sarolta bàn


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lapalissiano

Signori, vi piaccia udire
l’aria del famoso La Palisse,
Potrebbe farvi gioire
se essa vi divertisse.

La Palisse ebbe pochi beni
per sostener la sua nascenza,
Ma non gli mancò nulla
finché visse nell’abbondanza.

Viaggiava volentieri,
scorrazzando per tutto il reame,
Quando stava a Poitiers,
non stava certo a Vendôme!

Si divertiva in battello
e, sia in pace che in guerra,
Andava sempre per acqua
se non viaggiava via terra.

Beveva ogni mattina
vino spillato dalla botte,
Per mangiare dai vicini
vi si recava di persona.

Voleva per mangiar bene
vivande squisite e assai tenere,
E faceva il martedì grasso
sempre la vigilia delle Ceneri

Brillava come un sole,
coi suoi capelli biondi.
Non avrebbe avuto pari
se fosse stato solo al mondo.

Ebbe molti talenti,
ma si è certi di una cosa:
Quando scriveva in versi,
non scriveva mai in prosa.

Fu, per la verità,
un ballerino scadente,
Ma non avrebbe cantato male,
se fosse stato silente.

Si racconta che mai
sia riuscito a risolversi
A caricar le pistole
se non aveva le polveri.

Morto è il signor de la Palisse,
morto davanti a Pavia,
Un quarto d’ora prima di morire,
era in vita tuttavia.

Fu per una triste sorte
ferito da mano crudele,
Si crede, poiché ne è morto,
che la ferita fosse mortale.

Rimpianto dai suoi soldati,
morì degno d’invidia,
E il giorno del suo trapasso
fu l’ultimo della sua vita.

Morì di venerdì,
l’ultimo giorno della sua età,
Se fosse morto il sabato,
avrebbe vissuto più in là.

Bernard de la Monnoye – la chanson de La Palisse

Sarolta Bán

Sarolta Bán


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Cacciata dall’eden prima dell’uomo, 
perché aveva occhi così contagiosi
che guardandosi intorno nel giardino
sprofondava perfino gli angeli
in uno sconforto repentino. Pertanto
dovette, pur senz’umile acquiescenza,
fondare sulla terra la sua discendenza.
Lesta, sveglia e destra, conserva una gratia
scritta con la “t”, al terziario risalente.

Adorata dagli Egizi, con una pleiade
di pulci nell’argentea, sacra chioma,
ascoltava arcitacendo pensosa
che volessero da lei. Ah, non morire.
E se ne andava scrollando il culetto vermiglio,
a significare non lo vieto né lo consiglio.

In Europa le fu tolta l’anima,
ma per distrazione le lasciarono le mani;
e un monaco che dipingeva affreschi
diede alla santa palmi stretti, animaleschi.
La santa doveva
prendere la grazia come una nocciolina.

Calda come un neonato, tremante come un vecchio,
la portavano alle corti dei regnanti.
Uggiolava saltando alla catena d’oro,
col suo piccolo frac dai colori sgargianti.
Una Cassandra. Di che ridere qui.

Commestibile in Cina, sul vassoio
fa smorfie arrostite o lesse.
Ironica come un brillante su oro finto.
Il suo cervello ha un sapore delicato,
e qualcosa gli deve pur mancare,
dato che nulla ha mai inventato.

Nelle favole sola, insicura di ciò che fa,
riempie di boccacce gli specchi,
si burla di sé, ossia ci dà un buon esempio,
come un parente povero che di noi tutto sa,
anche se non ci facciamo salamelecchi.

Wislawa Szymborska – “La Scimmia” da Sale (1962)

 

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foto Sarolta Ban (digital art)


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condizioni

Lasciate entrare il cane coperto di fango
Tanto peggio per coloro che non amano né il cane né il fango
Lasciate entrare il cane completamente sporco di fango
Tanto peggio per coloro che non amano il fango
Che non capiscono
Che non conoscono il cane
Che non conoscono il fango
Lasciate entrare il cane
E che si scrolli
Si può lavare il cane
Si può lavare il fango
E l’acqua pure la si può lavare
Non si possono lavare solo coloro
Coloro che dicono che amano i cani
A patto che…
Il cane coperto di fango è pulito
Il fango è pulito
Anche l’acqua è pulita talvolta
Coloro che dicono a patto che…
Quelli non sono puliti
Assolutamente no.

Jacques Prévert – Tanto peggio

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Foto Sarolta Bàn


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quasi sempre non vedo ciò che guardo

Sempre assorto in me stesso e nel mio mondo
come in sonno tra gli uomini mi muovo.
Di chi m’urta col braccio non m’accorgo,
e se ogni cosa guardo acutamente
quasi sempre non vedo ciò che guardo.
Stizza mi prende contro chi mi toglie
a me stesso. Ogni voce m’importuna.
Amo solo la voce delle cose.
M’irrita tutto ciò che è necessario
e consueto, tutto ciò che è vita,
com’irrita il fuscello la lumaca
e com’essa in me stesso mi ritiro.

Ché la vita che basta agli altri uomini
non basterebbe a me.

E veramente

se un altro mondo non avessi, mio,
nel quale dalla vita rifugiarmi,
se oltre me miserie e le tristezze
e le necessità e le consuetudini
a me stesso non rimanessi io stesso,
oh come non esistere vorrei!
Ma un’impressione strana m’accompagna
sempre in ogni mio passo e mi conforta:
mi pare di passar come per caso
da questo mondo…

 

Camillo Sbarbaro

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foto Sarolta Bàn